Un meccanismo di stabilità, nuovi obiettivi per i prossimi quattro anni, le aste al ribasso, e revisione dell’elenco dei progetti. Si muove intorno a questi tre capitoli il decreto sui Titoli di efficienza energetica (Tee), più comunemente conosciuti come Certificati bianchi. Si sblocca così il meccanismo pubblico di incentivazione dei progetti di efficienza energetica che, introdotto nel 2005, sembra ora in crisi dopo esser stato per molto tempo un importante stimolo per raggiungere i risparmi negli usi finali d’energia.

La novità principale è la riduzione degli obblighi per il 2020: il testo fissa un valore di 1,27 milioni di Tee per l’elettrico e 1,57 milioni per il gas, rispetto ai 3,17 milioni e i 3,92 milioni previsti dal decreto del 2017, e abbassa ancora gli obiettivi nel 2021 a 0,45 milioni per l’elettrico e 0,55 milioni per il gas, per poi aumentarli progressivamente negli anni successivi.

In questo modo la riduzione nei quattro anni che vanno dal 2017 al 2020 è del 74% tenendo conto dell’obiettivo cumulato di efficienza da centrare con i Certificati bianchi rispetto a quello fissato all’inizio. Lo schema di decreto ammorbidisce anche i requisiti di accesso ai titoli ‘virtuali’ introdotti nel 2018 come misura d’emergenza per fronteggiare le tensioni nel mercato e introduce il sistema di aste al ribasso per il rilascio di titoli a valore costante per tutto il periodo di incentivazione che servirà a raggiungere i target al 2024.

I punti nuovi sono ritenuti tra i risultati principali del ministero della Transizione ecologica:
  • la riduzione dell’obbligo per il 2020,
  • la cumulabilità del credito di imposta,
  • il sistema delle aste,
  • la semplificazione dei progetti,
  • la riduzione dei tempi di approvazione degli stessi.
Novità:

Arriva anche un meccanismo di stabilità del mercato dei Certificati bianchi che ridetermina gli obiettivi quantitativi nazionali di risparmio energetico che devono essere conseguiti dalle imprese di distribuzione dell’energia elettrica e il gas definendo i nuovi target per il 2021-2024.

Secondo il provvedimento per assicurare l’equilibrio tra domanda e offerta nel mercato dei Certificati bianchi, il MITE, qualora accertasse che l’ammontare dei Certificati emessi e di quelli di cui è prevista l’emissione non è coerente con gli obblighi da raggiungere, ha la facoltà di “aggiornare” per i successivi anni gli obiettivi.

Dati:

Secondo il GSE sono state presentate 1.054 richieste di verifica e certificazioni a consuntivo e 332 richieste di verifica e certificazioni analitiche.

Nel corso del 2020, sono stati inoltre presentati 422 progetti. L’esito positivo delle istruttorie ha generato il riconoscimento di oltre 1,7 milioni di Titoli di efficienza energetica, pari a circa 0,57 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio di risparmi energetici ottenuti, registrando una riduzione del 41% dei Tee riconosciuti dal Gse rispetto all’anno precedente.

I certificati bianchi dovranno essere quasi mezzo milione nel 2021, oltre 700mila nel 2022, sfiorare il milione nel 2023 e nel 2024.

Ci sono anche novità sulle misure di comportamento:
  • adozione di iniziative di shift modale nei trasporti,
  • adozione di iniziative della riduzione del fabbisogno di mobilità,
  • riduzione della velocità di mezzi di trasporto a parità di servizio reso,
  • variazione delle materie in ingresso nel processo produttivo a parità di prodotto finito o semilavorato.

“C’è la necessità di rilanciare questa misura che per tanto tempo ha dato ottimi risultati e ha permesso all’industria di raggiungere, in molti campi, livelli di efficienza elevati anche rispetto ad altri Paesi – osserva l’Enea – l‘asta è un aspetto molto importante; raccomandiamo di suddividere le aste per settori, per focalizzare meglio il livello costi-benefici”.

Secondo il Coordinamento Free occorre capire se questa è la volontà politica, ed è per questo che viene chiesto se la strategia del ministero prefiguri altri mesi di stallo in attesa di un’emanazione di un altro decreto di riforma. L’attuale bozza rappresenta una criticità per due motivi:

  • Il primo è legato alle sfide che attendono il settore industriale nei prossimi anni,
  • Il secondo è la mancata opportunità di supportare la crescita della filiera nazionale dei produttori di componenti e impianti e dei relativi posti di lavoro.